Verbum Analecta Neolatina XXII, 2021/1

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Károly Kerényi e Angelo Brelich furono due dei più grandi classicisti e storici delle religioni ungheresi del ventesimo secolo. Il loro rapporto si nutrì non solo di domande scientifiche o di scambi di opinioni, ma anche di vera amicizia e reciproca ammirazione. Il libro che presentiamo su Verbum raccoglie il carteggio da loro intrattenuto tra il 1935 e il 1959 (con alcune aggiunte prese dagli anni ’70), mediante cui possiamo vedere vari scorci del Novecento da una visuale biografico-soggettiva. L’impatto della guerra e del dopoguerra, con le sue conseguenze sulla vita dei due protagonisti, è chiaramente rintracciabile nelle lettere che ci offrono, pagina dopo pagina, una immagine sociale e talvolta politica assai completa della smisuratezza delle ingiustizie di un’epoca. Kerényi, maestro del giovane Brelich, abbandona per sempre l’Ungheria nel 1947, allorché ogni forma di vita scientifica gli è preclusa in patria. Lo studioso di fama internazionale si trasferisce allora in Svizzera, dove riesce a continuare il suo lavoro. Il rapporto con Brelich comincia prima, già all’inizio degli anni Trenta, tra Budapest e Pécs, dove Brelich scrive la tesi di dottorato sotto la sua guida, per poi trasferirsi in Italia. L’intensità del dialogo tra i due rimane persistente, persino quando il rapporto s’incrina negli anni della rottura dovuta a discordanze riguardanti il significato e il metodo dell’analisi della mitologia e della religione. A seguito di questa rottura, che induce Kerényi quasi a troncare il rapporto, Brelich prova più volte a riconciliarsi con il maestro, rassicurandolo circa il rispetto che ancora provava nei suoi confronti. In una delle lettere scritte all’indomani della morte del maestro, Angelo condivide con la vedova, Magda, emozioni ancora intrise di devozione. È qui che Brelich usa la locuzione che poi è diventata il titolo del libro nell’edizione italiana e oggi ungherese dell’epistolario, formulata per esprimere la speranza di poter incontrare nuovamente il suo amico un giorno “tra gli asfodeli dell’Elisio”.

Il carteggio è stato già pubblicato in traduzione italiana nel 2011. Nel 2020, grazie alle traduzioni di Andrea Nagy e Zsuzsanna Polgár, i saggi critici che accompagnano l’edizione italiana, uniti alle lettere ora in lingua originale, vengono dati alle stampe finalmente in ungherese. Questi saggi fanno da cornice al rapporto epistolare e umano non sempre sereno tra i due studiosi, come pure inquadrano l’epoca in cui Kerényi e Brelich si collocano e si sviluppano intellettualmente. La grande forza del libro, oltre che nell’affresco composto dalle lettere, risiede in questi saggi, che non interferiscono, ma anzi lasciano parlare le missive, ricostruendo il contesto di questa amicizia dal punto di vista sia personale sia scientifico. Prima di accedere all’epistolario, il lettore trova informazioni utili riguardanti il processo che ha condotto alla stesura del libro, nonché delle sintesi delle parti più significative delle rispettive biografie, ed anche dei modi di pensare di entrambi, Kerényi e Brelich, nel campo degli studi umanistici della religione, alle cui differenze di approccio è imputabile la rottura irreversibile della loro amicizia. Il libro apre una finestra insolita sulle straordinarie tragedie di un’epoca. Allo stesso tempo, l’entusiasmo dei due studiosi per il quotidiano lavoro intellettuale non cessa e, anche negli anni più bui, prosegue con scambi di opinioni sui nuovi risultati scientifici raggiunti. Molto vi è da dire sul fatto che le lettere non sono state scritte per essere pubblicate, sul tono del carteggio per questo umano e spontaneo, per quanto il rapporto maestro-allievo sempre si nasconda dietro ogni parola. Tra i temi ricorrenti del carteggio si annoverano: viaggi compiuti o programmati, nuovi progetti scientifici, questioni di famiglia e la fragilità di un futuro incerto. La maggior parte dello scambio epistolare si svolge tra il 1945 e il 1955. Alcune lettere di Brelich (talune tradotte dall’italiano all’ungherese) appartengono ai tempi passati come prigioniero di guerra, altre ci mostrano Kerényi, a sua volta e a modo suo prigioniero dell’esilio, sperare di tornare in Ungheria a riprendersi la vita scientifica, e non solo, che gli apparteneva. Le lettere rimaste senza risposta, o corrisposte dopo pause fin troppo lunghe, delineano quel sentimento ora quasi inafferrabile della perdita di un amico. Intanto le questioni scientifiche rimangono il centro costante, avendo Brelich e Kerényi sempre l’istinto di informarsi sul lavoro dell’altro. Dopo che il silenzio cala tra i due, a partire dagli ultimi anni Cinquanta, i protagonisti del carteggio cambiano: la conversazione si svolge soprattutto tra Brelich e Magda Kerényi, durante la malattia del marito, e continua dopo la morte di Károly.

Le lettere pubblicate in Az elysioni aszfodéloszok közt risulteranno interessanti agli specialisti di Kerényi o Brelich, ma non solo. Non è necessario essere un esperto di storia delle religioni, o un classicista per fruire con profitto di questo libro. Mediante la storia di un’amicizia, illustrata nel genere piuttosto libero del carteggio, con i suoi temi e le sue variazioni, possiamo sentire l’atmosfera talora oppressiva di un’epoca, e come circostanze straordinarie diventino lentamente le condizioni normali e quasi quotidiane di vita. Károly Kerényi e Angelo Brelich vissero e sopravvissero (fisicamente, emotivamente ed intellettualmente) nell’epoca forse più lacerante della storia europea, e questo carteggio conserva e valorizza una testimonianza autentica della loro lotta.


  1. Budapest: L’Harmattan, 2020, 286 pp.↩︎